giulio francesconi LAratura 1954
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Tarantella

Tarantella, tarantella a sentilla quant'è bella.
Mò che è morto Celestini Ci ha lasciato roba e quatrìni.
Tutto ha lasciato alla povertà però nessuno ce lo vò da.

Cantavano così i bassanellesi all’inizio del secolo… il secolo scorso, quello appena passato, il ‘900, quello che tante speranze aveva suscitato e altrettante tragedie ha poi provocato, quello che ha prodotto così tanta storia da farci poi credere che la Storia stessa fosse finita, bruciata per sempre dentro ai suoi deliri, dentro alle sue illusioni, dentro ai sogni che diverse generazioni hanno sognato per sé stesse e per gli altri… il “sol dell’avvenire”, il progresso, … la felicità…
Però ci restano le storie di quegli uomini, dentro molte delle quali ancora stiamo, storie che ci riguardano, che ci toccano, che ci appartengono e che raccontano di un modo diverso di pensare il mondo… di intendere i rapporti tra le persone e un’idea diversa e forse più giusta di giustizia e di libertà…
 
Una di queste ve la faccio raccontare da uno dei suoi protagonisti, un tipo davvero singolare che incontreremo ancora nel nostro racconto. Sentiamola, sentiamola dalle sue stesse parole:

Giacomino a cavalcioni della sua vecchia somara grigia chiazzata di nero andava lentamente, come tutti i giorni, a lavorare il suo appezzamento di terra. Quando fu giunto liberò la somara dal carico: gli rassettò la criniera con una carezza e, legatala ad un olivo, gli mise sotto il muso una manciata di favetta secca.
“Questa ti fa bene vecchia mia, ti accende il sangue nelle vene; in questi momenti così accesi bisogna stare sempre all’erta” Quest’ometto vivace, un po’ curvo, tutto pelle e ossa, è dotato di una volontà attiva che lo rende ammirevole ai suoi compagni di parte comunista.
Nella sua qualità di Segretario della Sezione e di Consigliere comunale, nelle riunioni, tanto di una che dell’altro, per quanto non sappia esprimersi eloquentemente come i compagni che ogni tanto vengono dalla città a tenere comizi, pure riesce, al termine delle riunioni, ad infondere in tutti una buona dose di fiducia e di entusiasmo.
“Sentite”, disse una sera ad alcuni compagni appoggiati al muro del Castello, “pensavo oggi mentre sarchiavo, che non è più possibile riunirsi in quella catapecchia puntellata dell’edificio scolastico; è necessario farci una casa, una casa del popolo ben messa, dove possiamo riunire anche le nostre donne e ricevere degnamente i nostri compagni forestieri.
Che ne dite?” Quella brava gente rifletté a lungo, poi uno di essi alto, massiccio e solido come un vecchio olmo, con le mani sprofondate nelle tasche dei calzoni rattoppati, dondolandosi lentamente come un elefante, obiettò: “hai ragione ma i denari chi ce li dà? Viviamo nella miseria più nera; nelle nostre case non si trovano cento lire; come facciamo a realizzare un’impresa così costosa e difficile?”
In quanto ai quattrini, ribatté Giacomino, troveremo la maniera di farli saltar fuori, l’importante è che mi assecondiate perché da solo non ce la posso fare. “Va bene” disse Pisciavino che approvava sempre tutte le cose, “quando è così siamo a tua disposizione”.
Giacomino spiegò la cosa dettagliatamente, e in virtù di quell’entusiasmo che conquistava, tutti approvarono; e così fu deciso. In una seduta consigliare fu discussa la domanda con la quale la Lega dei Contadini domandava all’Amministrazione comunale che gli fosse venduto un appezzamento di terreno sito nella parte nuova del paese.
Di lì a pochi giorni si notò nella popolazione appartenente alla Lega dei Contadini e degli aderenti alla Sezione Social­Comunista un’animazione insolita.
Donne col grembiule colmo di grano; uomini e bambini con secchi pieni andavano a depositarlo in luoghi stabiliti dove i compagni lo ricevevano segnando in un registro il nome dell’offerente, e riempiendo i sacchi uno dopo l’altro che una barozza trainata da una mucca trasportava in un luogo sicuro. Con slancio meraviglioso, gli operai, i contadini, le donne, toglievano il pane ai loro figlioli per costruirsi una Sede degna dove riunirsi la sera a discutere le cose del partito.
Era un ordine, un ordine impartito sotto voce, quasi sussurrato negli orecchi: “grano e vino per la casa dei diavoli rossi”.
Con il ricavato della vendita del grano iniziarono i primi lavori di sterro e di costruzione, dopo la vendemmia, con la vendita del vino raccolto, arrivarono alla copertura. i compagni prestavano la loro opera; chi portava i sassi sulle scale a pioli; chi serviva i muratori; chi faceva la calce; chi trasportava i materiali con la carriola… e la costruzione sorse come per incanto.
Nel frattempo la Commissione di persone dette per bene, di ben pensanti e sagrestani, facevano la spola dal paese al capoluogo per zufolare nella testa delle Autorità ogni sorta di impedimenti.
“Dietro la Lega de Contadini si nascondono i comunisti; non vogliamo che nel paese così devoto, timorato e tranquillo, nasca la casa degli scomunicati” dissero alle Autorità.
Un giorno, mentre si stendevano le tegole per la copertura, una macchina lussuosa si fermò in piazza all’ombra del vecchio castello. Discesero due uomini uno dei quali portava sotto il braccio una gran borsa piena di fogli; domandarono del Sindaco e si recarono al Comune. “Sor Vincenzo” – gridò un ragazzo trafelato sulla porta della barberia: ­ “è arrivato il Prefetto!”. Il Sindaco dette l’ultima passata di rasoio sulla faccia ossuta del suo cliente e scappò via.
Gli ordini sono … ordini! gridava a gran voce l’ometto piccolo e delicato che tutti ossequianti chiamavano Eccellenza.
“Non mettete un mattone di più” ­ diceva al Sindaco ­ “o prendo provvedimenti seri. Chi è quell’uomo incalcinato che mi sta davanti e mi guarda fisso” ­ gridò ancora. “E’ il Segretario della Sezione” ­ disse il sindaco.
“Ah siete voi! Ed in questo bello arnese vi presentate? … Ho detto di sospendere il lavoro…” ­ e siccome Giacomino voleva dire qualcosa per convincere quel bravo signore di certe impellenti necessità … “Non parlo con gli analfabeti” ­ ribadì il Prefetto, ancora più incollerito.
Giacomino rimase interdetto a bocca aperta, pallido come un morto. Come far capire a quell’uomo che strillava così forte che lui non meritava un’offesa simile, che, per quanto povero contadino, sapeva benissimo leggere, scrivere e fare i suoi conti; che era consigliere comunale e teneva onoratamente la carica di Segretario dei comunisti; gente brava e rispettosa. Il sindaco, uomo navigato, con molto tatto e diplomazia, riuscì a portare le Autorità nel suo ufficio e a calmare le acque, mentre Giacomino, scendendo lentamente le scale borbottava tra i denti: “ si mette male, si mette male”.
Povero Giacomino! Qui si mette male davvero. Vediamo di capire meglio: siamo nel 1952 e la situazione è difficile. Sono passati solo pochi anni dalla fine della guerra… Le condizioni di vita non sono delle migliori… avete sentito? “nelle nostre case non si trovano cento lire”, la miseria nera… il paese offre poco, quel poco viene dalla terra e questa è in mano a pochissime famiglie … due, tre famiglie benestanti, ricche e poi tutti gli altri… miseria nera…
Però, qualcosa sta cambiando… sono gli anni della rivendicazione dei diritti, della richiesta di lavoro e di condizioni di vita migliori per tutti… e tutti sembrano darsi da fare… sia i partiti del Governo che quelli dell’opposizione… ma sono anni agitati, di passioni forti, di urgenza, di necessità … la pazienza era finita: vent’anni di fascismo, la guerra, la fame che non mollava mai la presa… non si poteva più sopportare una condizione simile.. si doveva fare qualcosa, muoversi, diventare protagonisti… responsabili del proprio destino, padroni finalmente della propria vita….
E qualcosa infatti successe: “Il partito comunista continua a dar segni di una certa vitalità, intensificando con particolare cura la propaganda specie fra il bracciantato agricolo e denigrando sistematicamente l’attività che in tutti i campi svolge il governo”… così scrive il Prefetto di Viterbo alla Direzione Generale di pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno.
Quelli erano gli anni delle occupazioni delle terre che i braccianti chiedevano per sé, per coltivarle, vivere dignitosamente e dare un futuro a sé stessi e ai propri figli.
“nei primi del corrente mese (febbraio) si è verificato in Vasanello il cosiddetto sciopero alla rovescia da parte degli utenti di quella Università Agraria per dare lavoro ai disoccupati. … Nel corso delle agitazioni sono stati tenuti da parte dei soliti attivisti varie riunioni, assemblee ecc. nella casa comunale, mentre un pubblico comizio indetto in Vasanello dalla C.G.I.L., è stato vietato dalla locale Questura per motivi di ordine pubblico.
In atto la situazione è tornata normale in seguito all’interessamento della prefettura per l’apertura di un cantiere di lavoro che dovrebbe assorbire almeno in parte la mano d’opera disoccupata”
E’ ancora il Prefetto che segnala lo stato di agitazione della popolazione: protagonisti di queste vicende furono da un lato i partiti comunista e socialista, o social-comunisti come si diceva ancora in quegli anni, i sindacati e la Lega dei contadini.
Ma questi chi erano? I leghisti erano praticamente tutti: contadini, braccianti, mezzadri, coloni, artigiani, piccoli commercianti riuniti in associazione, una lega appunto, che diede un forte impulso al movimento per l’occupazione delle terre ma che fu anche uno strumento di crescita culturale, politica e sociale in quanto le occupazioni non furono soltanto il mezzo con cui scacciare la fame, risolvere i problemi dell’immediato ma furono ben presto intese come un vero e proprio atto di giustizia sociale: la terra doveva assicurare il lavoro a tutti e con esso la dignità e la possibilità di crescita e sviluppo.
Questo comunque è lo scenario che si presenta in quei primi mesi del 1952 ed è esattamente il 6 febbraio 1952 quando il Presidente della Lega dei Contadini, Erminio Pieri, scrive una lettera indirizzata al Comune chiedendo di acquistare un pezzo di terra.
“la Lega dei Contadini di Vasanello fa domanda a questo spettabile Comune affinché voglia concedere in vendita l’area che trovasi nei pressi del Taglione confinante con Giacinti Lanno e Mecocci Pietro.
Fiducioso di quanto sopra richiede con osservanza”. Firmato: il segretario della Lega dei Contadini.
Quattro mesi dopo, espletate le pratiche di rito, il Consiglio Comunale decide all’unanimità di vendere “al Sig. Pieri Erminio fu Giovanni, quale presidente della locale Lega dei Contadini, per la somma di 18.000 lire, mq 88 di area fabbricabile di proprietà del Comune sita in Via Polare”.
Sembrava fatta e invece… Vi ricordate la “Commissione dei benpensanti, dei sagrestani” di cui parlava Francesconi? Eh, pare avesse trovato ascolto! La prefettura di Viterbo comincia infatti a sollevare una serie di dubbi circa la legittimità, non potendo contestarne l’opportunità, della concessione a costruire per la Casa del Popolo. Inizia così una schermaglia burocratica tra il Comune di Vasanello, che nel frattempo era passato ai social­comunisti, e la Prefettura di Viterbo.
Si va avanti così fino a novembre quando la Prefettura decide che: “essendo l’area venduta alla Lega dei Contadini il solo accesso con prosecuzione alla Via Taglione non vi è motivo per cui la Lega dei Contadini non possa trovare altrove l’area che occorre”. Capito?
Provano a fermarli, a rimandare, ad allungare i tempi. Ma quella è gente tosta, testarda mica si lascia scoraggiare per così poco e quindi il Comune risponde presentando una planimetria con la quale dimostra che vi sono altri sbocchi per poter collegare le vie indicate, che su quell’area esiste una fogna scoperta che emana un olezzo poco edificante che potrebbe essere sanata con la costruzione dell’edificio, che si eliminerebbe il pericolo di un passaggio troppo scosceso e pericoloso e infine che la Lega dei Contadini ha necessità di stabilire la propria sede in ubicazione non periferica dell’abitato.
Dettagli, è vero, ma il diavolo si sa, è proprio lì che si nasconde. Anche la Prefettura, quanto a ostinazione, non è da meno e nel gennaio 1953 scrive: “è compito dell’amministrazione comunale mantenere le strade in buone condizioni di viabilità e le fognature in condizioni igieniche” e quanto all’interesse della Lega dei contadini “non è pubblico” e può essere soddisfatto “senza interrompere una strada”.
Voi credete che quelli si siano arresi? Neanche per idea tant’è che nell’ottobre del 1953 una nuova diffida del Prefetto giunge minacciosa: “essendo lo scrivente venuto a conoscenza che, contrariamente all’ordine impartito a suo tempo di sospensione dei lavori, è stata recentemente ripresa la costruzione dello stabile in Via Polare, si da portarla quasi a termine, diffido formalmente la S.V. a proseguire nei lavori non avendo conseguita ancora l’approvazione ecc. ecc. … Quanto sopra a scanso di responsabilità da parte di questa amministrazione”.
Come poi sia andata esattamente non lo sappiamo, servirebbero ricerche d’archivio più approfondite, fatto sta che otto mesi dopo la Casa del Popolo Grande, come la chiama Giacomino, era pronta per essere inaugurata.
Scrivendo all’Unità invita il compagno Taddei con queste parole: “potrebbe ricavare qui a Vasanello gli elementi per un articolo di colore, in quanto “LA CASA DEL POPOLO GRANDE” è stata realizzata dai lavoratori superando grandi difficoltà.
Essi non solo lottano per un migliore avvenire ma hanno intesa la necessità di avere una loro casa, per riunirsi, discutere e aggiornarsi sempre meglio” . Alla fine l’hanno spuntata loro!
Come dire: se vuoi qualcosa devi solo andare a prenderla. Principio di recente acquisizione, ma ormai ben saldo nelle teste e nei cuori di quella gente che di lì a poco cominciò a farsi rispettare e a prendersi quello che gli spettava… “Ora le cose si sono appianate, le pratiche condotte con diplomazia hanno avuto esito definitivo e la Sezione, salvo alcuni ritocchi, è ultimata. Gli occhietti tondi e vispi di Giacomino sfavillano di gioia osservandoli, ed acceso di entusiasmo, dice ai compagni: Quando faremo l’inaugurazione ci sarà la banda.”
A questo punto non manca che l’inaugurazione. 13 giugno 1954. Preparata con grande cura e attenzione: “… desiderio dei compagni sarebbe di avere fra noi l’On. Pajetta. Vedi di fare il possibile; se poi non fosse realizzabile, almeno l’On. Ingrao o l’On. Terracini, o l’On. Longo. Insomma uno di questi grandi del partito”, vengono invitate le delegazioni di partito dei paesi vicini, le autorità paesane e provinciali, la banda musicale e non mancano le attività ricreative. Film e fuochi artificiali.
Quella del film è una trovata geniale: “… si vorrebbe un bel film, o “La giovane guardia” o qualche altro di tuo gusto. Sempre s’intende a sfondo politico”. Non scherziamo! Va bene divertirsi ma non si deve mai mollare la presa. “bisogna stare sempre all’erta” lo diceva pure Giacomino … alla somara!
Della giovane guardia Ennio Flaiano scriveva che “è un film vestito di noia … la noia che scaturisce dall’eccessiva prolissità delle spiegazioni” Puro realismo socialista, a quei tempi anche l’arte doveva edificare, educare e preparare la via del socialismo… tempi duri, in tutti i sensi! Però, almeno, la colonna sonora era di Shostakovich… Dovremmo continuare a descrivere i dettagli di quella giornata ma lasciamo volentieri la parola a Nano i Vappo: “ieri domenica, questa sezione Comunista capeggiata dal suo presidente Giacomino ha inaugurato la propria sede sorta per volontà fede e costanza dei numerosi soci.
Il locale costruito di spese quasi tutte volontarie è situato alle praticare ed è stato decorato con le quattro stagioni affrescate alle pareti dal professor Giulio Francesconi.
Per l’occasione vi (h)anno preso parte le diverse rappresentanze dei vari paesi limitrofi appositamente invitati con i loro vessilli rossi e con in testa la musica di Vallerano alle 4 del pomeriggio (h)anno sfilato per portare prima una corona di alloro al Monumento dei Caduti a cui seguivano una cinquantina di lambrettisti, quasi tutti della Ceramiche di Civita Castellana.
Quasi subito alla sede veniva servito agli intervenuti del buon vino con pagnottelle imbottite. Poco dopo giungevano i due deputati Ingrao e Lizzardi i quali da un palco eretto nella piazza del Giardino per quasi tre ore si scalmanavano a pronunziare discorsi che contenevano offesa al governo e alla polizia riscuotendo naturalmente applausi dai loro seguaci. A sera bombe artificiali e musica in piazza.”
Il racconto finisce proprio là dove era cominciato dalle parole di Francesconi con cui descrive la costruzione della “Casa dei Diavoli rossi”:
Le beghine che passano in quel tratto di strada si tappano gli occhi con i lembi del fazzoletto colorato che copre loro la testa e, facendosi il segno della croce come a scongiurare un pericolo, allungano il passo.
giulio francesconi La Raccolta delle Olive